Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”





Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..






“ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie “




Pino Ciampolillo




sabato 2 aprile 2016

Isola Pulita: Le ‘trombature’ di Orlando, Bianco e Accorinti a sindaci metropolitani di Palermo, Catania e Messina: cosa c’è sotto?









Le ‘trombature’ di Orlando, Bianco e Accorinti a sindaci metropolitani di Palermo, Catania e Messina: cosa c’è sotto?



Il Governo Crocetta, che si è ‘sbracato’ al cospetto di Roma, mettendo sotto i piedi lo Statuto siciliano, si è rifiutato, per la seconda volta, di seguire le indicazioni della legge nazionale Delrio sui sindaci metropolitani. Appoggiato, in questo, dall’Ars. Perché la politica siciliana si rifiuta, quasi all’unisono, di dare un vantaggio a Orlando, Bianco e Accorinti? Proviamo a fornire qualche spiegazione
Sta passando quasi sotto silenzio la ‘trombatura’ politica dei sindaci di Palermo, Catania e Messina che, legge Delrio alla mano, sarebbero dovuti diventare, automaticamente, i sindaci metropolitani delle tre più grandi città della Sicilia. Proviamo a raccontare cosa ci potrebbe essere dietro tale vicenda.
Con’è noto, con la riforma delle nove ex Province siciliane, oltre ai Consorzi di Comuni, sono state istituite le città metropolitane di Palermo, Catania e Messina. La genesi risale al 1990, quando, con la legge nazionale numero 142, vengono istituite le città metropolitane e i relativi sindaci metropolitani.
Siamo davanti a un caso classico del Legislatore che va troppo avanti rispetto alla politica del proprio tempo.
Se andiamo a rileggere oggi la legge 142 ci rendiamo conto che le tre città metropolitane e, in generale, le città metropolitane istituite nel resto d’Italia hanno poco o punto a che vedere con le previsioni legislative dell’ormai lontano 1990. Allora, in Italia c’era, come si usa dire oggi, “la politica”, e le leggi importanti erano di ampio respiro.
Le leggi di oggi – comprese quelle costituzionali – non hanno alcun ‘respiro’ politico e costituzionale, ma sono pensate e approvate per fronteggiare problemi di bilancio provocati da vincoli comunitari, spesso irragionevoli.
Nel caso delle tre città metropolitane siciliane istituite dalla cosiddetta ‘riforma’ delle Province ci sono, addirittura, aspetti paradossali e assurdi. Come si può pensare a un’area metropolitana facendo coincidere i confini delle vecchie Province con la città metropolitana? Che cosa hanno di ‘metropolitano’ i centri delle Madonie, nel Palermitano? Cosa c’è di ‘metropolitano’ nei paesi di Catania arroccati sull’Etna? Cos’ha di ‘metropolitano’ Mongiudìffi Melia, nel Messinese?
E’ evidente che la legge che ha istituito in Sicilia le città metropolitane di Palermo, Catania e Messina – forse la peggiore legge regionale della storia dell’Autonomia siciliana – non è stata ‘pensata’: o meglio, è stata approvata a ‘sacco d’ossa’ per finalità che nulla hanno a che vedere con l’idea stessa di città metropolitana e, soprattutto, nulla hanno a che vedere con lo spirito dell’articolo 15 dello Statuto.
L’articolo 15 dello Statuto è importante. Punta non all’abolizione dell’ente intermedio tra Regione e Comuni, ma al superamento dei confini territoriali delle vecchie Province, ‘disegnate’, in alcuni casi’ per esigenze ‘militari’, dai generali inviati in Sicilia da casa Savoia, all’indomani della ‘presunta’ unificazione italiana, per reprimere non il ‘brigantaggio’, ma migliaia di contadini siciliani che si ribellavano a una pessima dinastia – i già citati Savoia – alla quale quel brigante, lui sì, di Garibaldi e un gruppo di massoni avevano consegnato la Sicilia.
L’articolo 15 dello Statuto dà ai Comuni siciliani – e non alla Regione! – la facoltà di dare vita a “liberi Consorzi di Comuni”. Dunque il superamento delle vecchie Province e l’inevitabile abolizione delle Prefetture. Tutto questo non sta avvenendo. I Comuni non hanno alcuna libertà di decidere, perché sono stati privati di risorse finanziarie e – anche se nella prima commissione legislativa dell’Ars non c’è ancora un disegno di legge apposito – si parla già di accorpamento dei Comuni.
In alcuni casi accorpare i Comuni potrebbe anche essere giusto. Ma questo deve avvenire nello spirito dell’articolo 15 dello Statuto, non sotto costrizione!
Torniamo alle tre città metropolitane di Palermo, Catania e Messina. La legge nazionale Delrio – che peraltro ha suscitato malumori in mezza Italia – prevede che i sindaci dei capoluoghi di provincia diventino, automaticamente, sindaci metropolitani. Ma l’Assemblea regionale siciliana, per la seconda volta, ha detto no a tale impostazione. E ha ribadito che i tre sindaci metropolitani delle tre città dell’Isola verranno individuati con elezione di secondo grado, anche se ponderata.
Insomma, saranno i sindaci e i consiglieri comunali dei Comuni di ognuna delle tre province ad eleggere (tenendo conto del numero di abitanti di ogni Comune) i sindaci metropolitani di Palermo, Catania e Messina.
Non è da escludere che il Governo Renzi – che è un Governo di prepotenti – impugni per la seconda volta la legge siciliana. Ma non è da escludere che, questa volta, la Regione di Rosario Crocetta porti la questione innanzi la Corte Costituzionale. Se così non fosse l’approvazione, per la seconda volta, della legge da parte dell’Ars non avrebbe senso.
Di fatto, la scelta operata dal Parlamento siciliano, come ricordato all’inizio, impedirà ai sindaci di Palermo, Catania e Messina – rispettivamente, Leoluca Orlando, Enzo Bianco e Renato Accorinti – di diventare sindaci metropolitani.
E’ evidente che l’attuale politica siciliana non ha voluto dare tutto questo potere – e soprattutto il controllo di ingenti risorse finanziarie – a questi tre personaggi.
Di fatto, applicando in Sicilia la legge Delrio, Orlando, Bianco e Accorinti sarebbero diventati i ‘capi’ delle rispettive ex Province. Un potere enorme, se consideriamo che le città metropolitane, una volta istituite, hanno la possibilità di intercettare linee finanziarie nazionali e fondi europei della Programmazione 2014-2020.
Insomma, Orlando, Bianco e Accorinti avrebbero potuto affrontare le prossime elezioni ‘in carrozza’. Usando questo grande potere per ricandidarsi (è il caso di Orlando a Palermo e Accorinti a Messina), o per raggiungere altri obiettivi nel caso di Bianco (che non ha mai fatto mistero di puntare alla presidenza della Regione.
Nel caso di Orlando e di Bianco, nel PD siciliano, c’è una sorta di questione generazionale: i due attuali sindaci di Palermo e Catania sono sulla breccia dalla metà degli anni ’80 del secolo passato: non c’è da stupirsi se nel Partito Democratico c’è chi vorrebbe mandarli in ‘pensione’.
A Palermo, ad esempio, la poltrona di sindaco fa gola all’assessore regionale Antonello Cracolici, anche se con la condanna della Corte dei Conti (dovrà restituire all’Erario circa 346 mila Euro, come potete leggere qui) le sue aspirazioni dovrebbero essersi oggettivamente ridotte.
A Messina la vecchia politica e la Massoneria (che in questa città è fortissima) non hanno mai ‘digerito’ il colpo di testa che ha portato i messinesi ad eleggere sindaco Renato Accorinti. In una realtà italiana dove molti ex comunisti ‘duri e puri’ sono diventati uguali, se non peggiori, dei politici-politicanti (basti ricordare l’esperienza non esaltante di Nicki Vendola in Puglia, o i disastri che Rifondazione comunista sta combinando a Palermo con la tragicomica vicenda della ZTL da parte dell’assessore comunale rifondarolo Giusto Catania: come vi abbiamo raccontato qui), Accorinti, con i suoi modi sbarazzini, costituisce un’anomalia.
Tra l’altro, a quanto si sussurra, sulla poltrona di sindaco di Messina avrebbe gettato gli occhi l’attuale presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Giovanni Ardizzone. Che, ovviamente, verrebbe sostenuto dal suo grande amico, Giampiero D’Alia. Se ne deve dedurre che Ardizzone – che quando vuole le cose all’Ars le impone – sarà stato contento della decisione di sala d’Ercole di non concedere al suo avversario il vantaggio di diventare sindaco metropolitano di Messina.
1. Le circoscrizioni provinciali e gli organi ed enti pubblici che ne derivano sono
soppressi nell'ambito della Regione siciliana. 
2. L'ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui
liberi Consorzi comunali, dotati della più ampia autonomia amministrativa e finanziaria. 
3. Nel quadro di tali principi generali spetta alla Regione la legislazione esclusiva e
l'esecuzione diretta in materia di circoscrizione, ordinamento e controllo degli enti locali. 

Art. 17. Aree metropolitane. -
1. Sono considerate aree metropolitane le zone comprendenti i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli e gli altri comuni i cui insediamenti abbiano con essi rapporti di stretta integrazione in ordine alle attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali.
2. La regione può procedere alla delimitazione territoriale di ciascuna area metropolitana, sentiti i comuni e le province interessate, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge.
3. Quando l'area metropolitana non coincide con il territorio di una provincia si procede alla nuova delimitazione delle circoscrizioni provinciali o all'istituzione di nuove province ai sensi dell'articolo 16 considerando l'area metropolitana come territorio di una nuova provincia.
4. Nell'area metropolitana la provincia si configura come autorità metropolitana con specifica potestà statutaria ed assume la denominazione di «città metropolitana».
5. In attuazione dell'articolo 43 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (statuto speciale per la Sardegna), la regione Sardegna può con legge dare attuazione a quanto previsto nel presente articolo delimitando l'area metropolitana di Cagliari.

Art. 18. Città metropolitana. -
1. Nell'area metropolitana, l'amministrazione locale si articola in due livelli:
a) città metropolitana;
b) comuni.
2. Alla città metropolitana si applicano le norme relative alle province, in quanto compatibili, comprese quelle elettorali fino alla emanazione di nuove norme.
3. Sono organi della città metropolitana: il consiglio metropolitano, la giunta metropolitana ed il sindaco metropolitano.
4. Il sindaco presiede il consiglio e la giunta.

Art. 19. Funzioni della città metropolitana e dei comuni. -
1. La legge regionale, nel ripartire fra i comuni e la città metropolitana le funzioni amministrative, attribuisce alla città metropolitana, oltre alle funzioni di competenza provinciale, le funzioni normalmente affidate ai comuni quando hanno precipuo carattere sovracomunale o debbono, per ragioni di economicità ed efficienza, essere svolte in forma coordinata nell'area metropolitana, nell'ambito delle seguenti materie:
a) pianificazione territoriale dell'area metropolitana;
b) viabilità, traffico e trasporti;
c) tutela e valorizzazione dei beni culturali e dell'ambiente;
d) difesa del suolo, tutela idrogeologica, tutela e valorizzazione delle risorse idriche, smaltimento dei rifiuti;
e) raccolta e distribuzione delle acque e delle fonti energetiche;
f) servizi per lo sviluppo economico e grande distribuzione commerciale;
g) servizi di area vasta nei settori della sanità, della scuola e della formazione professionale e degli altri servizi urbani di livello metropolitano.
2. Alla città metropolitana competono le tasse, le tariffe e i contributi sui servizi ad essa attribuiti.
3. Ai comuni dell'area metropolitana restano le funzioni non attribuite espressamente alla città metropolitana.

Art. 20. Riordino delle circoscrizioni territoriali dei comuni dell'area metropolitana. -
1. Entro diciotto mesi dalla delimitazione dell'area metropolitana, la regione, sentiti i comuni interessati, provvede al riordino delle circoscrizioni territoriali dei comuni dell'area metropolitana.
2. A tal fine la regione provvede anche alla istituzione di nuovi comuni per scorporo da aree di intensa urbanizzazione o per fusione di comuni contigui, in rapporto al loro grado di autonomia, di organizzazione e di funzionalità, così da assicurare il pieno esercizio delle funzioni comunali, la razionale utilizzazione dei servizi, la responsabile partecipazione dei cittadini nonché un equilibrato rapporto fra dimensioni territoriali e demografiche.
3. I nuovi comuni, enucleati dal comune che comprende il centro storico, conservano l'originaria denominazione alla quale aggiungono quella più caratteristica dei quartieri o delle circoscrizioni che li compongono.
4. Ai nuovi comuni sono trasferiti dal comune preesistente, in proporzione agli abitanti ed al territorio, risorse e personale nonché adeguati beni strumentali immobili e mobili.

Art. 21. Delega al Governo. -
1. Il Governo è delegato ad emanare, entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari, appositi decreti legislativi per la costituzione, su proposta delle rispettive regioni, delle autorità metropolitane nelle aree di cui all'articolo 17.
2. I decreti, tenendo conto della specificità delle singole aree, si conformeranno ai criteri di cui ai precedenti articoli.
3. [In mancanza o ritardo della proposta regionale il Governo provvede direttamente].
4. Qualora la regione non provvede agli adempimenti di cui all'articolo 20, il Governo con deliberazione del Consiglio dei ministri invita la regione ad adempiere. Trascorsi inutilmente sei mesi, il Governo è delegato a provvedere con decreti legislativi, osservando i criteri di cui all'articolo 20, sentiti i comuni interessati e previo parere delle competenti Commissioni parlamentari.
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Cialtroni, incolti e ‘sgarrupati’: ecco a voi i Savoia (da Vittorio Emanuele II a Umberto I: meglio perderli che trovarli)



Insieme con i vari Garibaldi, Crispi, Cialdini, Govone, Medici e delinquenti vari, i Savoia costituiscono un esempio raro di ipocrisia, mistificazione e degenerazione. Se l’Italia oggi è un “Paese senza”, lo si deve in generale al grande imbroglio del risorgimento (con la erre minuscola) e, in particolare, a questi regnanti imbroglioni e assassini. Di questi due ‘Personaggetti’ non c’è proprio nulla da prendere. Ed è semplicemente incredibile che, ancora oggi, nelle città del Sud Italia strade scuole siano intitolate a questi due miserabili

Altro che avanti! Concludo la passerella sugli eroi risorgimentali con la dinastia più scalcinata, cialtrona e incolta che abbia mai regnato su un popolo. I Savoia, appunto.
Mi occuperò in particolare, ovviamente, del Re galantuomo (Vittorio Emanuele II), e del re Buono (Umberto I).
Come personaggi incredibili come VE 2  e U 1 possano avere scippato ai suoi contemporanei gli appellativi di “galantuomo” e di buono”, è un mistero che solo gli scrittori salariati e i giornalisti a libro paga possono svelare.
I Savoia, dunque. Personaggetti, direbbe un noto politico. Patiti del voltafaccia e del tradimento. Da conti o duchi che fossero, diventarono re con una magistrale giravolta. Nella guerra dei trent’anni, da alleati della Spagna, diventarono alleati dei loro nemici, i francesi, e quando questi vinsero la guerra, i Savoia si videro assegnato in premio il Regno di Sicilia.
Un tale Vittorio Amedeo di Savoia, patito del tradimento, una specie di Gano di Maganza, viene incoronato re di Sicilia nella Cattedrale di Palermo e alla prima occasione barattò la Sicilia con la più vicina e tranquilla Sardegna, ignorando la differenza, con tutto il rispetto, ma si porta la corona.
Beau geste!
VE 2 fu in tutta la sua vita il contrario del galantuomo. Veglia di nascosto sull’organizzazione di una spedizione militare in Sicilia astutamente contrabbandata per una guerra di liberazione, mettendosi nelle mani di un “audace condottiero” come lo definì Francesco II, senza comparire mai, almeno all’inizio. Se tutto  fosse andato bene, bene, se le cose si fossero messe male, chi ti conosce! Che uomo! Anzi, che galantuomo!
Quando quel vanesio di Garibaldi gli consegna l’Italia meridionale, lui ovviamente non passa in rassegna i vincitori del Volturno. Sarebbe stato un riconoscimento in fatto di un mandato e uno sputtanamento.
A proposito, che ci faceva il re di Sardegna a Teano? E dov’era Teano? Teano era un paese della Campania e lì era acquartierato con il suo esercito il futuro padre della patria. Da notare che questa circostanza non compare mai nel mito risorgimentale, VE2 sembra solo. E si capisce. Qualcuno potrebbe farsi qualche domanda indiscreta. Come queste, ad esempio. Come c’era arrivato? Forse lo aveva invitato il legittimo re di quelle terre, Francesco II? Non  risulta. Forse aveva dichiarato guerra al Borbone e ne aveva invaso i territori? Nemmeno. E allora? Si era semplicemente auto-invitato, come il famoso garzone  del droghiere per incassare i sospesi, il regno del Sud. Mica male. Un regno che gli avevano conquistato a sua insaputa.
Vittorio Emanuele II

Vittorio Emanuele II
La storia ci insegna che Francesco II oppose l’ultima resistenza a Gaeta. Città anch’essa in territorio duosiciliano, ovviamente. E che ci faceva il VE 2 all’assedio di Gaeta, assedio questa volta condotto direttamente dai piemontesi, con tanto di divisa al comando del massacratore Cialdini? VE 2 si godeva la scena degli effetti dei bombardamenti ad una città cui non aveva dichiarato guerra. Un vero signore!
La dominazione dei Savoia in Sicilia è stata peggiore di quella degli angioini, degli aragonesi e dei Borbone.
Ricordiamoci che nel 1860 lo Statuto Albertino era in vigore da appena 12 anni. Prima lo Stato sabaudo era uno dei tanti Stati assoluti esattamente come il Borbone. Senza convinzione intima, ma sotto la minaccia di una insurrezione Carlo Alberto aveva concesso lo Statuto. “Concesso”, attenzione. E quindi la sua formazione, la sua cultura, era imbevuta di assolutismo. Il liberale Piemonte non è poi tanto diverso da  tanti altri Stati assoluti dell’epoca. Esistono sudditi e non cittadini; la giustizia è in mano al governo ed è sensibile alle sue indicazione e sollecitazioni. La polizia e i carabinieri hanno potere di vita e di morte sui sudditi, il concetto di cittadino è ancora lontano.
Ci sono dunque tutte le condizioni perché un miserabile coronato faccia e disfaccia quello che gli pare con i territori italici che  stupidamente e supinamente gli si sono concessi senza alcuna condizione. Non che la cosa avesse un significato per lui, ma VE 2, uomo senza onore e senza parola, permise che la legge speciale promessa ai patrioti siciliani finisse nel dimenticatoio.
“Sono venuto a fare la vostra volontà, non la mia!”. Ipocrita cento volte! I suoi governi scatenarono una caccia spietata alle diversità, alle tradizioni secolari di intere regioni in nome della piemontesizzazione dei territori conquistati. Le conseguenze sono ancora sotto gli occhi di quanti hanno il coraggio di guardare e l’onestà di vedere e le ferite sono ancora aperte.
Che unità morale poteva assicurare all’Italia un personaggio come questo? Oggi  appare chiaro che l’unità politica dell’Italia era stata il frutto di un’invasione e di un’occupazione militare e di tanta, tanta mistificazione. Adesso è chiaro che per VE 2 l’Unità fu una delle tante miserabili campagne di ampliamento territoriale di quel miserevole ducato, una campagna che gli sfuggì di mano. Un uomo inadeguato, per  cultura, sensibilità e visione politica, non dico per immaginare cosa fosse necessario per creare una nazione, ma nemmeno per gestire una unità territoriale.
Le conseguenze per il Sud Italia furono drammatiche. Laddove sarebbe stata necessaria un’azione costante, progressiva, intelligente ed organica,,un’azione che avesse chiarezza di propositi, potenza di mezzi e continuità di sforzi (M.Ferraris), si ebbero invece stati di assedio, arbitrio militare, eccidi, incendi, assedi a città che venivano private dell’acqua perché si arrendessero; e ancora abusi, impunità assicurata alle forze dell’ordine che commettevano reati, offese alle tradizioni, offese personali, violazione di tutte le leggi per restaurare l’imperio della legge, collusione dei governi della Destra e della Sinistra con mafia e potentati politici, formazione di una marmaglia politica in combutta con i delegati di polizia e i prefetti.
Il popolo non centra! La storia ci insegna che le società si modellano dall’alto e quando le classi che dispongono della cultura, dell’intelligenza e del capitale sono profondamente corrotte e poggiano sulla corruttela il loro dominio, sarebbe assurdo pensare che il popolo abusato come materia passiva non rechi le impronte di tutte le deviazioni e degenerazioni.
Umberto I

Umberto I
Il padre della patria di queste cose non vuole capire niente, dispensa titoli nobiliari, conferisce medaglie e riconoscimenti ai suoi militari assassini e macellai, nessuno dei quali oggi sfuggirebbe ad una condanna severissima  da parte della Corte per i diritti umani. Pinelli, Govone, Cialdini, Medici, Morra di Lavriano delinquenti pluridecorati, Cialdini, Duca di Gaeta, la città che rase al suolo.
Ma che italiani potevano fiorire da questo fango? C’è una scusante, però: era monarchia, qualcosa che quando nasci non puoi scegliere. Ti è già addosso, come i parenti. Abbiano dunque qualche alibi come popolo, lui come re non ne ha nessuno. Il mio sogno è che in tutta la Sicilia spariscano tutti i VE 2 che appestano strade, porti, banche, teatri  e scuole e vengano sostituite da nomi di tanti siciliani come noi che hanno avuto la sfortuna di morire tra le torture e per il piombo dei militati savoiardi e dei reali carabinieri.
E le statue? Tombini.
Umberto I voleva chiamarsi Umberto IV, così come il suo augusto genitore, VE 2, restò appunto VE 2, proprio per fare capire a tutti come stavano le cose, e cioè che gli abitanti dei suoi nuovi possedimenti erano sudditi del Piemonte. Il re buono voleva continuate il numero di umberti della sua bella dinastia, IV appunto, fregandosene dell’Italia. Crispi dovette durare fatica a convincere questo mentecatto, che alla fine assunse il numero I.
Con U 1 lo Statuto Albertino dispiegò  tutte le sue potenzialità di strumento di conservazione e di reazione. Prove migliori lo attendono con fascismo, quando la dittatura si indosserà le vesti statutarie. Quel minimo di liberalismo che per occhio di mondo galleggiava per l’Italia finì. Come suo padre non seppe fare gli italiani, lui non seppe capire e fronteggiare i nuovi tempi. Paradossalmente era più avanzata la dottrina sociale della Chiesa rispetto ai cannoni di Bava Beccaris, il quale ordinò di sparare ad alzo zero sulla folla milanese che chiedeva pane.
Allo stesso modo, il governo da lui affidato a Crispi, nostro macellaio conterraneo, liquidò i Fasci siciliani fatti da operai, zolfatari e contadini che chiedevano soltanto meno disumane condizioni di vita. Bava Beccaris fu elogiato e la sua folle e sanguinosa repressione fu definita dal Re buono una “riuscita operazione militare” e ricompensata con tanto di medaglia.







Crocetta, Ingroia, Cracolici: arrivano le ‘bastonate’ della Corte dei Conti



Il presidente della Regione, Rosario Crocetta, e il presidente di Sicilia-E Servizi, Antonio Ingroia, pensavano di essersela fatta liscia. Invece la Procura della Corte dei Conti li ha riacciuffati in appello per una storia di assunzioni. L’assessore regionale all’Agricoltura, Antonello Cracolici – al pari di altri cinque ex capigruppo dell’Ars – è stato condannato. Per lui una bella ‘botta’: dovrà risarcire oltre 346 mila Euro
Un fatto è certo: con la Corte dei Conti della Sicilia non ci sono sconti. Soprattutto per i potenti. Ne sanno qualche cosa il presidente della Regione, Rosario Crocetta, e l’assessore regionale all’Agricoltura, Antonello Cracolici. Il primo dovrà essere giudicato dalla magistratura contabile. Il secondo è già stato condannato: dovrà risarcire oltre 346 mila Euro.
Storie diverse. Legate da un denominatore comune: il denaro pubblico. Su questo punto non è più come un tempo.
Già, il passato. Un tempo alla Regione, nei Comuni e, in generale, nelle società pubbliche si assumeva personale senza concorso. Celebre una legge nazionale in voga nei primi anni ’80 del secolo passato: la ‘mitica’ legge nazionale n 282: la chiave universale per entrare a far parte della pubblica amministrazione siciliana senza alcuna selezione. Una pacchia per chi è stato assunto, una mezza rovina per l’Amministrazione regionale che ha inglobato personale non qualificato. Ovviamente in barba all’articolo 97 della Costituzione.
Celebre il caso di chi contava le targhe delle automobili non siciliane che arrivavano a Siracusa: un lavoro ‘creativo’ che ha fruttato tante assunzioni nei ranghi dell’Amministrazione regionale. I risultati si vedono…
Oggi non è più così. E’ il caso del già citato presidente Crocetta e del presidente di Sicilia-E Servizi, l’ex pubblico ministero Antonio Ingroia. Che hanno assunto personale senza concorso. Con la motivazione che, senza queste assunzioni, si sarebbe bloccata tutta l’Amministrazione regionale.
La storia è un po’ contorta. E risale ai primi del 2000, quando viene creata una Società – la già citata Sicilia-E Servizi – con la Regione nella partecipazione azionaria. A questa società viene affidata la gestione dei servizi informatici della Regione.
A gestire un servizio così importante vengono chiamati i privati di questa società. Perché una Regione metta nelle mani dei privati servizi così importanti non è facile capirlo. Forse la spiegazione sta nel fatto che si era nei primi anni del 2000, quando Berlusconi governava l’Italia. Un periodo in cui il privato contava più del pubblico. Anni in cui – tanto per citare un altro esempio – in Sicilia si stabilisce di cedere a una società privata tutte le infrastrutture idriche pubbliche. Consentendo a questa società privata – Sicilacque – di rivendere ai siciliani l’acqua degli stessi siciliani!
Non vi dovete stupire, perché la stessa cosa sta avvenendo oggi con Renzi e con il PD. Non a caso l’attuale Governo nazionale, di recente, ha impugnato una legge regionale che dava potere ai Comuni in materia di gestione idrica. Insomma, l’acqua la debbono gestire i privati alla faccia del referendum del 2011.
Su questo (e su altri punti) il PD e Renzi la pensano come Berlusconi. Il Governo Renzusconi non è un’invenzione…
Ma torniamo a Sicilia-E Servizi. Quando Ingroia si insedia al vertice di questa società trova una situazione oggettivamente difficile. Se non assume il personale si blocca l’Amministrazione regionale. Se assume ne risponde alla Giustizia. In questo caso alla Giustizia contabile: la Corte dei Conti.
In realtà, c’è già stato un pronunciamento della Sezione Giurisdizionale per la Sicilia della Corte dei Conti, che ha dichiarato il difetto di giurisdizione sulle assunzioni della Società Sicilia e Servizi. Ma il procuratore della Corte dei Conti, Giuseppe Aloisio, e il suo vice, Gianluca Albo, hanno presentato un ricorso che è stato accolto. Con molta probabilità, la parola dovrebbe passare adesso alla Corte di Cassazione.
Più diretta la vicenda che coinvolge Cracolici e, in generale, un bel numero di ex capigruppo dell’Ars della passata legislatura: Francesco Musotto, Dino Fiorenza, Innocenzo Leontini, Rudi Maira e Titti Bufardeci: tutti condannati come Cracolici.
Le accuse mosse ai capigruppo riguardano, neanche a dirlo, la gestione dei fondi dei gruppi parlamentari.
La spesa di questi fondi presenta due volti.
C’è chi li ha utilizzato in modo improprio: acquistando regali, gioielli e altre cose che nulla hanno a che vedere con la politica e con l’attività parlamentare. per questi c’è poco da fare: hanno sbagliato.
Poi c’è un secondo scenario, che è un po’ più complicato. Mettendo da parte le miserie dei cornetti, dei caffè e dei panettoni (che i parlamentari di Sala d’Ercole, che non hanno indennità da fame, potrebbero pagare con i propri soldi), ci sono spese che, magari, non rientrano nell’attività del gruppo parlamentare, ma che potrebbero rientrare nell’attività politica: convegni, spese legali legate all’attività dei deputati e altro ancora.
In generale, queste potrebbero essere spese legittime. Che, però, diventano sbagliate se legate a vicende elettorali. Perché in questo caso i parlamentari e gli amici degli stessi parlamentari, di fatto, grazie a queste risorse finanziarie (che sono significative), si avvantaggiano rispetto ai candidati che non godono di queste risorse.
Da questo punto di vista l’inchiesta della Corte dei Conti e le relative condanne per i politici non sono campate in aria. Anzi.
http://www.inuovivespri.it/2016/04/01/crocetta-ingroia-cracolici-arrivano-le-bastonate-della-corte-dei-conti/#_



LA SENTENZA 793 2015 DELLA CORTE DEI CONTI :



https://servizi.corteconti.it/bds/doVisualizzaDettagliAction.do?sptomock=&id=19131289&cods=19&mod=stampa


Corte dei conti, Sez. giur. per la Regione Sicilia - Sentenza n. 2719 del 23 luglio 2013 Responsabilità amministrativa per danno indiretto.La transazione, se opportuna o necessaria, non interrompe il nesso causale tra la condotta e l’evento dannoso. da www.respamm.it
Corte dei conti, Sez. giur. Sicilia - Sent. n. 221 del 25/01/2012 - Mala gestio di una pubblica amministrazione - Condannato a risarcire oltre 29 milioni di Euro il Direttore generale della Provincia regionale di Palermo per avere investito, perdendolo, denaro pubblico sul mercato dei cambi Invero, tra i possibili modi d’impiego di liquidità di pertinenza del pubblico erario, intrinsecamente non destinabile a speculazioni potenzialmente erosive del capitale investito, la compravendita di valute appare, già in linea astratta, una delle scelte meno appropriate. Quindi, sebbene l’insindacabilità nel merito delle scelte discrezionali (art. 1, comma 1, L. 20/1994) precluda una penetrante analisi circa l’adeguatezza della tipologia dell’investimento rispetto agli obiettivi dell’Ente, la soluzione adottata sembra oltrepassare in modo evidente quei margini di ragionevolezza che necessariamente devono caratterizzare l’agire pubblico. da www.respamm.it
CORTE DI GIUSTIZIA CE - SEZIONE VI - Sentenza 4 marzo 2010 C-297-08 INADEMPIMENTO DI UNO STATO – Ambiente – Direttiva 2006/12/CE – Artt. 4 e 5 – Gestione dei rifiuti – Piano di gestione – Regione Campania - Rete adeguata ed integrata di impianti di smaltimento – Pericolo per la salute umana o per l’ambiente – Forza maggiore – Turbative dell’ordine pubblico – Criminalità organizzata.
CORTE DI GIUSTIZIA CE - SEZIONE III - Sentenza 10 settembre 2009 C-573-07 - AFFIDAMENTO IN HOUSE - Appalti pubblici - Procedure di aggiudicazione - Appalto relativo al servizio di raccolta, trasporto e smaltimento di rifiuti urbani - Assegnazione senza gara d’appalto - Assegnazione ad una società per azioni il cui capitale sociale è interamente detenuto da enti pubblici, ma il cui statuto prevede la possibilità di una partecipazione di capitale privato.
CORTE DI GIUSTIZIA CE - SEZIONE III - Sentenza 3 settembre 2009 C-2-08 - SENTENZE PASSATE IN GIUDICATO - Iva - Primato del diritto comunitario - Disposizione del diritto nazionale che sancisce il principio dell’autorità di cosa giudicata
CORTE DI GIUSTIZIA CE - SEZIONE III - Sentenza 26 marzo 2009 C-326-07 - PRIVATIZZAZIONI-GODEN SHARE - Inadempimento di uno Stato – Artt. 43 CE e 56 CE – Statuti di imprese privatizzate – Criteri di esercizio di taluni poteri speciali detenuti dallo Stato.
ACCORINTI, BACCEI, Bianco, Catania, CITTA' METROPOLITANE, DELRIO, FARAONE, LIBERI CONSORZI DI COMUNI, messina, Orlando, PALERMO, PROVINCE, RENZI, STATUTO REGIONE SICILIA ART 15, SENTENZA 793 2015







 Le ‘trombature’ di Orlando, Bianco e Accorinti a sindaci metropolitani di Palermo, Catania e Messina: cosa c’è sotto?

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