Bertolt Brecht : “Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente”





Non mi piace pensare che esiste l’ingiustizia della legge, non mi piace perché è dura da digerire, mi rendo conto che spesso e volentieri si perde traccia degli eventi perché non sono più sensazionali e solo grazie alla diretta conoscenza delle persone coinvolte verrai a sapere che quella storia non è finita così. Ma…………..






“ Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie “




Pino Ciampolillo




giovedì 5 novembre 2009

L'Onda verde che non si arresta


L’Onda verde che non si arresta


Shirin Neshat e Jamileh Kadivar ospiti a Torino Spiritualità. Hanno parlato della diaspora, del governo e della speranza per il loro paese








Shirin Neshat

Nell’arte c’è sempre una scintilla di ribellione”, osserva Shirin Neshat, in un incontro per “Torino Spiritualità”. La vincitrice del Leone d’Argento a Venezia con un film intenso, “Donne senza uomini”, si è imposta nel panorama internazionale con potenti ritratti femminili. Attraverso fotografie e film di grande bellezza ha tracciato un’immagine di donna capace di azioni poetiche, ma anche di efficaci ed energiche iniziative politiche. Dal 1999 vive negli Stati Uniti, dove collabora con il connazionale Shoja Azari, dotato di uno spiccato talento vocale e cinematografico. Precisa Shirin - giovane donna minuta e delicata, dall’eterea ed elegante grazia - che ha dedicato la sua vittoria al festival al popolo iraniano e che solo in qualità di artista intende parlare del Disinganno e della Spiritualità, temi della manifestazione.
“Non c’è nessun artista iraniano esente da un elemento politico. I governi hanno controllato le nostre vite. Con i timori, le responsabilità, le ansie sociali che ci assediano, è difficile mantenere un distacco. Mi sento vicina all’Iran e in questa vicinanza trova il significato delle mia vita. La Spiritualità è parte della nostra tradizione poetica, ricca com’è di metafore e di allegorie ispirate dalle dittature che hanno imposto il silenzio. Il Disinganno nasce dal fallimento dei risultati dopo le speranze di un riconoscimento dei diritti. Ma la delusione, che non è solo degli iraniani, ha infuso il coraggio della lotta. Come molti connazionali della diaspora - sei, sette milioni di persone vivono fuori dopo la rivoluzione - siamo stati provati anche noi dall’esperienza di non avere più una casa e un luogo a cui fare ritorno”. Shirin e Shoja, che si sono trovati all’incrocio di due culture in una guerra ideologica e politica, hanno lavorato insieme alla ricerca di una visione del loro paese e della loro gente all’interno della cultura americana. “In questa costruzione non si può prescindere dalla connotazione politica, dalle notizie e dalle immagini che ci arrivano dall’Iran e dagli artisti. La loro produzione è ibrida e la loro visione, date le restrizioni, è ridotta, ma è ricca di fermenti che affiorano dal loro linguaggio simbolico. Anche la mia visione è una fiction, una testimonianza allegorica, non in chiaro. I miei film non possono essere visti e nessuno della troupe può tornare. Per il governo sono un agente per la CIA del sionismo. L’artista è considerato la più grande delle minacce, perché è quello che a voce alta sfida la teocrazia e il rigore. E gli artisti esterni fanno sì che il messaggio arrivi più forte e diretto”. Che dire di Shirin e le donne? “Ogni video riflette qualcosa di me. Mi sento molto vicina alla lotta emotiva delle donne, che in Iran dove tutto è dettato dall’uomo, non sono né vittime né oppresse, ma elementi importanti di una società che sorprende per la sua forza. Il sostegno alle donne iraniane deve allargarsi a tutto il popolo, senza trascurare il sentire degli studenti e di una fascia aperta della società. Se noi iraniani perdiamo, le ripercussioni si sentiranno in tutto il mondo. L’occidente si preoccupa solo di questioni nucleari. Per l’Iran deve esserci una lotta globale internazionale. l’Iran ha una lunga storia, è una nazione cosmopolita, complessa. Oggi guarda al futuro perché ha una cultura giovane, moderna che ha bisogno di sostegno e attenzione. Democrazia, libertà e autodeterminazione sono però sempre stati compromessi dall’intervento occidentale. Davanti alla sfida aperta all’occidente di Ahmadinejad, il mondo deve rispondere con il sostegno al popolo iraniano, ma non con sanzioni e distruzione”.


Jamileh Kadivar

Con distaccata e ferma modestia, si esprime un’altra iraniana, Jamileh Kadivar, giornalista ed ex deputata riformista. Sul tema della Disillusione porta la testimonianza dei brogli sulla cui scia sono fluite le manifestazioni dell’Onda verde, una formazione politica nata dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad. Nelle sue affermazioni appare cauta. Vive in Iran è lì l’attendono quattro figli, il fratello Mohsen Kadivar teologo riformatore e il marito Ayatollah Mohajerani, ex ministro della cultura sotto Khatami. Sembra più giovane dei suoi 46 anni e al contrario di Shirin Neshat che si proclama laica, ha scelto di indossare il velo da piccola e non lo ha più lasciato. “Credevo che le elezioni avrebbero risolto una situazione di crisi, invece l’evento è stato un danno. Il caldo e l’inquinamento dei giorni precedenti hanno guastato l’atmosfera elettrizzante verso la democrazia. Ma questa ne uscirà rafforzata. La democrazia da noi è un sistema politico che garantisce la libertà e lo sviluppo, che permette processi decisionali, elezioni libere, diritto di votare, di far campagna elettorale e di attuare un cambiamento di governo se il voto lo sancisce. Ma dopo queste elezioni le cose sono cambiate. Il regime incarcera gli oppositori e piuttosto che una oligarchia si è rivelato una tirannia. C’è una forte classe militare che domina. Dopo le elezioni e l’annuncio molto rapido di una vittoria, si è capito che la democrazia non consiste nel votare, ma nel conteggio corretto dei voti. Sulla democrazia le visuali sono diverse. Il governo l’ha utilizzata come strumento per assicurare il proprio potere. E per dissimulare uno dei più grossi brogli della storia è stata utilizzata la milizia. Riformisti, giornalisti, studenti, fotografi sono stati catturati, gettati in prigione e torturati per estorcere false confessioni. Web, TV, telefonini sono stati disabilitati e tanti atti gravi si sono compiuti contro i gruppi a favore di Khomeini. Nella popolazione la concezione della democrazia è un’altra. Giovani, donne, borghesia, intellettuali che aspirano alla giustizia e alla libertà non solo contestano i risultati, ma anche il leader. L’opposizione arriva da ogni parte, anche dai tetti, come si è visto grazie alla globalizzazione che l’ha messa in luce. Chi vive invece in zone rurali o in stato di povertà crede a ciò che vede sulla TV nazionale. C’è poi la prospettiva costituzionale. La nostra Carta dei Diritti sancisce libertà di religione, di stampa, di associazione uniformandosi alla dichiarazione dei diritti umani. Il leader è la massima autorità del paese, ha poteri amplissimi. C’è un consiglio di vigilanza e il referendum è contemplato. È un intreccio di democrazia e teocrazia, e questa volta la parte democratica è stata sacrificata. Ma società civile iraniana, accusata dal governo di essere influenzata dagli stranieri, è un potente elemento di riforma. Il candidato sconfitto, Mehidi Karroubi voleva appunto un cambiamento attraverso una nuova elezione”. Cosa si propone l’Onda verde che lo sostiene? “Il riconoscimento dei diritti e la liberazione dei prigionieri, la fine della torture, l’affermazione dei diritti umani e un’applicazione corretta delle leggi. Il diritto di manifestare che ora è negato. Si sperava nella sconfitta del regime dispotico”.
Piovono le domande. Come può un regime teocratico impostare la democrazia? I capi religiosi potranno fare un passo indietro? “Si può arrivare ad una interpretazione e ad una applicazione meno rigida da parte di alcuni ayatollah. Montazeri è assai critico contro l’attuale dirigenza. Khatami è religioso, ma esercita applicazioni più moderate e meno rigide delle leggi”. Cosa può fare l’Occidente? “Dovrebbe rispettare la nostra indipendenza. L’occidente giudica con standard diversi. Noi siamo più puniti e minacciati di altri paesi arabi”. Ma il programma nucleare e l’atteggiamento ostile verso Israele creano delle avversioni legittime da parte della comunità internazionale. “Difendere i diritti dei palestinesi non vuol dire che siamo contro Israele e che ne vogliamo l’abolizione. La politica antisionista di Ahmadinejad e la discussione sull’Olocausto è una scusa del leader per attirare l’attenzione su di sé. Il governo iraniano ha obiettivi pacifici e ha diritto ad un nucleare civile. Finora non sono state rilevate grandi infrazioni. Quanto ai diritti degli ebrei, sono rispettati. Hanno anche un deputato in parlamento. Gli iraniani credono che musulmani, cristiani ed ebrei possono vivere bene insieme”.
Qualche affermazione meritava una replica. Ma “la cortesia dell’ospitalità, come ha detto la conduttrice Farian Sabahi, va osservata”. Così un applauso ha chiuso l’incontro.

(5 novembre 2009)
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